Asocial network

Instagram è una rete sociale di appassionati di fotografia che, attraverso le loro opere, cercano di attirare l’attenzione e l’apprezzamento degli altri utenti. Un sistema di etichette, analoghe a quelle dell’altro social network chiamato twitter, consente di effettuare le ricerche in base a termini proposti dagli stessi utenti, preceduti da un simbolo detto “cancelletto”, che in inglese è chiamato “hash”. Di qui il termine “hashtag” che significa “etichetta di ricerca” e identifica, solitamente, il tema di una conversazione o di un messaggio.
Swarm (in precedenza chiamata Foursquare, poi divisa per scelta commerciale in due diverse applicazioni; quest’ultima è attualmente più simile a Tripadvisor e consente di cercare alberghi, ristoranti, locali, ecc., mentre la prima è rimasta simile alla precedente) è una social community basata sulla geolocalizzazione, funzione ormai presente su tutti gli smartphone, che consente di sapere quali amici sono nelle vicinanze ed organizzare incontri all’ultimo momento, approfittando di vicinanze casuali (chi si è dato appuntamento non avrà bisogno di utilizzarlo).
Twitter è dedicata al chiacchiericcio spontaneo, con intermezzi d’informazione e promozione pubblicitaria che possono essere selezionati in base ai profili che l’utente intende seguire. Ovviamente, scegliendo bar, ristoranti e osterie, la maggior parte dei messaggi conterrà informazioni su pietanze e bevande mentre, limitando la scelta ad amici e conoscenti, l’interazione sarà certamente più frequente della semplice lettura dei messaggi.
Il social network nato per aggregare, dal quale hanno preso spunto tutti gli altri dopo l’incredibile successo di affiliazioni, è paradossalmente quello che sta sempre più guidando l’umanità digitale verso la conflittualità. Facebook, infatti, nato come “libro delle facce” per aiutare gli studenti universitari dello stesso college a conoscersi, è oggi una piazza virtuale nella quale ognuno – con poche eccezioni – sembra voler gridare e sfogare le proprie frustrazioni, in un crescendo di confidenzialità, dileggio e contrasto che spesso sconfina nell’offesa personale e finanche nella diffamazione, come dimostrano le recenti sentenze della Corte Suprema di Cassazione, che fanno espresso ed unico riferimento a Facebook come veicolo di messaggi denigratori che in alcuni casi assumono rilevanza penale. Sembra che l’esperimento sociale teorizzato negli anni 90, di creare un mondo virtuale in cui gli esseri umani potessero sfogarsi e ridurre la conflittualità reale (a beneficio di governi totalitari), sia perfettamente riuscito.
Anche nei processi per stalking quasi mai vengono coinvolti altri social network, poiché la persecuzione viene normalmente attuata tramite messaggi e chiamate dirette al telefono radiomobile della vittima, seguiti dalla immancabile pubblicazione su Facebook di foto e commenti sulla persona offesa dal reato, spesso di natura così intima da devastarne la vita sociale.
Quel che lascia perplessi è la totale incapacità degli autori di tali comportamenti di comprenderne la gravità e le conseguenze, non solo nei confronti della parte lesa ma anche per se stessi. Consapevolezza che viene solitamente perfezionata dagli esiti dei procedimenti penali e dalle connesse richieste di risarcimento in sede civile, che non consentiranno sonni sereni per diversi anni.
Si può ben concludere che l’attuale definizione di Facebook dovrebbe essere, più correttamente, quella di asocial network, cioè rete asociale.

Fonte: Sicurezza magazine