Fake news. Riflessioni sul DDL

Il disegno di legge per il contrasto alla diffusione di notizie idonee a turbare l’ordine pubblico, attraverso piattaforme informatiche, risente di una distorsione ideologica che merita particolare attenzione, poiché, ancora una volta, pone l’accento sull’uso della tecnologia e non sul comportamento da reprimere, con il rischio, evidente nel disegno di legge, di criminalizzare il libero uso delle reti telematiche e non le condotte effettivamente meritevoli di sanzione penale. Leggi tutto

Ciberbullismo (cyberbullism)

Il bullismo è un fenomeno sociale che si caratterizza per l’atteggiamento aggressivo e di prevaricazione, del singolo o di un gruppo di soggetti, nei confronti di uno o più individui, non necessariamente “diversi” ma semplicemente scelti come bersagli.
La rapida escalation di violenza che solitamente si accompagna al fenomeno del branco, ha dato vita, nelle metropoli, all’ulteriore e più grave realtà delle gang metropolitane, che hanno una spiccata connotazione criminale e che del bullismo sono una preoccupante degenerazione.
Il bullismo cibernetico o ciberbullismo, può essere l’estensione digitale dei due comportamenti già descritti oppure avere concretezza autonoma. In tale seconda ipotesi può essere perpetrato anche da soggetti che nella vita reale non avrebbero il coraggio di assumere simili atteggiamenti ma che, a causa della spersonalizzazione garantita dall’uso degli strumenti informatici e dalla mancanza di contatto fisico con la vittima, sfogano in tal modo le loro frustrazioni.
E’ opportuno sottolineare che la traduzione corretta di Cyberbulling è ciberbullismo, senza la “y”, poiché nella lingua italiana esiste il termine cibernetico e non è necessario il ricorso alla radice inglese “cyber”.
Da parte degli adolescenti, in particolare, il ciberbullismo viene vissuto come una proiezione del desiderio di affermazione sociale connesso alla crescita caratteriale e all’età della pubertà, ed è tanto più forte quanto più la vita reale viene vissuta con difficoltà. Si può ragionevolmente ritenere che il bullo cibernetico sia in realtà un soggetto intimamente fragile o dotato di scarsa intelligenza, che reagisce ad un ambiente circostante che non soddisfa le sue aspettative in modo aggressivo e violento.
In un primo periodo, che può essere storicamente collocato appena dopo lo scoccare del nuovo millennio, il ciberbullismo si manifestò attraverso le chat line (IRC) e i primi programmi di messaggeria istantanea (ICQ, Netmeeting, ecc.), che consentivano le relazioni interpersonali protette da un relativo anonimato, garantito dal nickname, e stimolavano quindi ogni forma di socializzazione, anche la più perversa.
La presenza dei moderatori e l’uso delle k-line (blocco utente, temporaneo o definitivo), tuttavia, era possibile difendersi dai molestatori di ogni tipo. Successivamente il ciberbullismo trovò una ulteriore forma di espressione con i programmi di file sharing, attraverso i quali potevano essere veicolati foto e video scattati durante l’intimità o nel corso di scherzi goliardici, che aumentavano sensibilmente il potere lesivo della diffusione in rete. Una variante purtroppo molto attuale è il c.d. “porn revenge” (vendetta pornografica), che consiste nel veicolare in rete foto e filmati realizzati nell’intimità, ritraenti la vittima, come punizione per aver interrotto la relazione sentimentale.
Con i social network ed il ritorno dei programmi di messaggeria istantanea (Whatsapp, Telegram, Messenger, ecc.) per gli smartphone di nuova generazione, il ciberbullismo e le altre forme di violenza perpetrata tramite i nuovi media hanno raggiunto, almeno per il momento, la massima espressione, sia per la desensibilizzazione derivante dalla presenza di milioni di persone interconnesse (e ormai abituate a visionare materiale di ogni tipo), sia per la facilità con la quale è possibile individuare ed aggirare ogni forma di tutela da parte della vittima, che all’atteggiamento persecutorio può reagire solo isolandosi, rinunciando alla propria vita on line, oppure denunciando il comportamento alla magistratura.
Il ciberbullismo può consistere nell’invio di messaggio violenti, provocatori, volgari, per animare la discussione o indurre le vittime a rinunciare alla conversazione, o può realizzarsi nella diffusione di messaggi ingiuriosi o diffamatori, per ledere la reputazione dell’interessato.
Nei casi più gravi si concretizza nella sostituzione di persona, crerando un falso profilo, riconducibile all’interessato, attraverso il quale diffondere materiale apparentemente pubblicato dalla vittima, solitamente pornografico o moralmente riprovevole, allo scopo di rovinarne la reputazione.
Nel momento in cui il ciberbullismo non è più semplice atto di prevaricazione destinato a restare isolato ma condotta ripetuta nel tempo, che determina nella vittima uno stato di profonda prostrazione psicologica e timore per l’incolumità propria o dei propri cari, i reati inizialmente ipotizzabili (come la diffamazione, la sostituzione di persona e il trattamento illecito di dati personali) degenerano nel più grave comportamento di tipo persecutorio, meglio noto come stalking, punito severamente dall’Ordinamento, in quanto considerato particolarmente esecrabile. Sebbene dal punto di vista statistico tale reato riguardi principalmente un reo di sesso maschile ed una vittima di sesso femminile, nella realtà si verificano anche situazioni in cui gli atti persecutori sono posti in essere da uno o più soggetti nei confronti di una o più vittime, anche di sesso maschile.

Fonte: Sicurezza magazine

Web reputation

Da diversi anni, ormai, alcuni crimini tradizionali hanno trovato una nuova forma di espressione attraverso gli strumenti informatici (Internet e social network in particolare), determinando una nuova categoria di casi giudiziari che preoccupa gli addetti ai lavori, per la difficoltà di reperire le prove, di individuare i responsabili e, soprattutto, di eliminare le conseguenze del reato per la vittima.
E’ in rapida crescita il fenomeno delle vendette e delle estorsioni commesse tramite Internet. La Polizia Postale raccoglie ormai quotidianamente denunce relative alla diffusione non autorizzata di dati personali di natura sensibile tramite siti web e circuiti di file sharing, nella forma di foto e video di soggetti nudi o impegnati in atti sessuali, normalmente diffusi da un partner tradito o che non accetta la fine di una relazione.
Nel mondo del file sharing, in particolare, il potere lesivo della diffusione viene incrementato in modo esponenziale dalla difficoltà di individuare il responsabile dell’originario inserimento in rete e dall’impossibilità di avere certezza della definitiva rimozione dei dati dal circuito. Per sua natura, infatti, il meccanismo della condivisione tra privati comporta la detenzione del materiale sui personal computer e non sui server di rete; ad ogni collegamento, pertanto, i file tornano ad essere disponibili per gli altri utenti del circuito ma solo durante la sessione di lavoro (eMule o BitTorrent ne sono un valido esempio).
Anche ammettendo che si possano individuare tutti i soggetti collegati in un determinato momento, non si avrà mai la certezza che non esistono altre copie dei file, che potrebbero tornare in circolazione anche a distanza di anni dall’evento.
In rapida crescita anche i casi di estorsione ai danni di utenti contattati attraverso servizi di messaggistica, social network, siti web di incontri, ecc., e indotti a scambiare video e immagini espliciti (o addirittura a spogliarsi dinanzi la telecamera) relazionandosi con l’occasionale corrispondente, per poi vedersi ricattati con la minaccia di diffusione del materiale o di invio al coniuge. Le minacce vengono solitamente rinforzate dal caricamento di immagini e filmati su un sito web o una pagina social, non ancora resi pubblici ma raggiungibili dal malcapitato tramite un link inviato insieme alla richiesta di denaro.
Il pagamento, ovviamente, non garantisce la rimozione nè la distruzione del materiale ed anzi induce solitamente i criminali a chiedere nuovi versamenti. L’unica vera forma di tutela, in questi casi, è la prevenzione.
Di minore impatto ma ugualmente preoccupante è il crescente fenomeno della pubblicazione sui social network, da parte dei adolescenti di ogni estrazione, di foto e filmati di natura sessuale o comunque imbarazzanti per il futuro. Anche la partecipazione ad una festa particolare o la documentazione di una serata da leoni, documentati dagli onnipresenti smartphone, una volta immessi in rete sono difficilmente rimovibili. Occorre poi valutare le implicazioni risarcitorie della condotta del soggetto, solitamente il compagno di scuola o di giochi, che dopo aver effettuato le riprese o le foto le introduce in rete senza il consenso dell’interessato.
Non a caso sono rapidamente in crescita le richieste, a professionisti ed aziende, di servizi di “pulizia” e tutela della reputazione on-line, che vanno ad affiancarsi a quelli di promozione e controllo già erogati dalle agenzie di marketing e comunicazione.

Fonte: Italia Oggi