I recenti interventi della Corte Suprema di Cassazione sulla responsabilità aggravata del reato di diffamazione tramite social network, ai sensi dell’art. 595 cp, co. 2, riporta in auge il connesso problema della responsabilità concorrente degli amministratori del blog o della pagina social ov’è apparso il messaggio denigratorio.
Non vi è dubbio che la diffusione di un messaggio diffamatorio, attraverso l’uso di una bacheca “facebook”, integri un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone (in tal senso, Corte Suprema di Cassazione, Sez. I penale, Sent. n. 24431/15; da ultimo, Sez. V penale, Sent. n. 8328/16).
Tuttavia, se la posizione del direttore responsabile della testata on line è da sempre pacifica, giacché l’obbligo di controllo sulla produzione editoriale è previsto dall’art. 57 cp, viceversa è controversa la definizione della responsabilità degli amministratori di una risorsa presente sul web.
Proprio l’art. 57 aiuta nella valutazione del delicato profilo di responsabilità concorrente, poiché espressamente distingue la responsabilità del direttore dall’ipotesi di concorso nel reato di diffamazione.
Un recente arresto giurisprudenziale del Tribunale di Vallo della Lucania, del 24.2.2016 ha lasciato perplessi gli addetti ai lavori, giacchè riconduce l’assoluzione degli imputati non solo alla mancanza di un onere di preventiva approvazione dei messaggi ma anche alla tempestiva rimozione del messaggio diffamatorio dopo averne avuto cognizione.
Gli imputati erano stati tratti a giudizio per non aver svolto un’attività di controllo preventivo sui messaggi veicolati dagli utenti all’interno di un gruppo di discussione su Facebook, contribuendo in tal modo, secondo la prospettazione dell’accusa, a lederne l’onore e la reputazione.
Di diverso avviso il Giudice di prime cure, che ha ritenuto necessaria, ai fini della sussistenza dell’ipotesi di reato, la prova della effettiva e consapevole dell’adesione alla condotta contestata al diretto responsabile del messaggio diffamatorio. Prova che non può essere desunta dall’omesso controllo (al quale l’amministratore del gruppo, a differenza del direttore responsabile del giornale, non è tenuto) ma deve invece consistere nell’accertamento di una deliberata adesione al reato principale. Accertamento che spetta alla Procura ed in assenza del quale non può ritenersi sussistente l’ipotesi di reato in capo all’imputato.
Se il Giudice avesse concluso la motivazione con tale assunto, non vi sarebbero state eccezioni da muovere al ragionamento logico-giuridico posto alla base della Sentenza. L’estensione delle motivazioni alla condotta consistente nell’immediata rimozione dei messaggi diffamatori (che potrebbe rilevare, al massimo, come condotta riparatoria) sposta l’attenzione su un aspetto squisitamente materiale che non attiene all’elemento psicologico del reato, qualificandolo come condotta dalla quale dedurre la non condivisione dell’intento lesivo. La fallacia dell’assunto sta nel fatto che, dal punto di vista psicologico nessun valore può attribuirsi a tale circostanza, poiché la condotta potrebbe anche essere frutto di un successivo ripensamento, motivato proprio dalla querela depositata dalla parte lesa, quindi non sufficiente ad escludere la condivisione dell’intento diffamatorio del principale responsabile del crimine.
L’arresto giurisprudenziale, pertanto, benché corretto nelle conclusioni, è censurabile in punto di diritto, poiché sposta l’attenzione su una condotta che non necessariamente è indice di un intento positivo o negativo.
Semmai avrebbe dovuto la Procura operare diversamente durante le indagini, rilevando se fosse avvenuta la spontanea condivisione del post diffamatorio sulla pagina personale o in altri gruppi dell’amministratore, chiaro indice di conoscenza del messaggio e di condivisione dell’intento denigratorio nei confronti della parte offesa, oltre che condotta finalizzata ad ampliare l’effetto lesivo del reato principale. Non convince, invece, la considerazione del Tribunale sulla rimozione del messaggio.

Diffamazione. La responsabilità del moderatore del gruppo social
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