Email e aziende

Con ordinanza del 15 maggio 2002, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano ha rigettato l’opposizione all’archiviazione promossa da una dipendente licenziata dal proprio datore di lavoro, a seguito di controlli operati sulla mailbox aziendale assegnatale per l’espletamento delle proprie mansioni, poiché da tali controlli era emerso che la stessa seguiva, per proprio conto, altri progetti, probabilmente in concorrenza con quelli dell’azienda da cui dipendeva.

L’interessata aveva proposto formale denuncia-querela ritenendo che la condotta dell’azienda fosse riconducibile alla violazione dell’art. 616 c.p., e sostenendo che la corrispondenza contenuta nella mailbox è sostanzialmente equiparabile a quella epistolare, telegrafica, telefonica ovvero effettuata con ogni altra forma di comunicazione, la cui segretezza è garantita dall’art. 15 della Costituzione.

Aveva eccepito, inoltre, l’insussistenza della scriminante dell’esercizio di un diritto o dell’adempimento di un dovere di cui all’art. 51 c.p., non essendovi alcuna ragione, a parere della stessa, per accedere alla predetta mailbox, durante il periodo feriale estivo.

L’azienda, al contrario, aveva basato la propria giustificazione sulla necessità di verificare che nella mailbox non fossero pervenute e-mail urgenti, la cui mancata consultazione avrebbe potuto in qualche modo pregiudicare gli interessi dei clienti affidati alla dipendente o quelli dell’azienda stessa.

In data 21.1.02 il P.M., accogliendo le difese della Società, aveva quindi richiesto l’archiviazione del procedimento ritenendo le caselle di posta elettronica “…strumenti di lavoro della società, soltanto in uso ai singoli dipendenti per lo svolgimento dell’attività aziendale ad essi demandata…” e considerando, pertanto, che la titolarità di detti spazi potesse inequivocabilmente essere riconducibile alla predetta società. Contro detta richiesta di archiviazione la dipendente aveva proposto opposizione.

Nel corso dell’esame della fattispecie, il GIP di Milano ha posto l’accento su diverse argomentazioni degne di nota, che risultano pienamente condivisibili.

A parere del magistrato, benché non possa dubitarsi del fatto che l’indirizzo di posta elettronica affidato in uso al lavoratore, di solito accompagnato da un qualche identificativo più o meno esplicito, abbia carattere personale – nel senso cioè che lo stesso viene attribuito al singolo lavoratore per lo svolgimento delle proprie mansioni – appare altrettanto evidente che “personalità” dell’indirizzo non significa necessariamente “privatezza” del medesimo, dal momento che, ad eccezione di ipotesi particolari, la e-mail concessa al dipendente per lo svolgimento delle proprie mansioni (nomedipendente@azienda.it) resta comunque un bene aziendale, come tale accessibile ai soggetti autorizzati e al datore di lavoro.

Del resto, si giungerebbe a conclusioni irragionevoli qualora si accogliesse la tesi della riservatezza della mailbox assegnata alla dipendente, poiché, in caso di assenza di quest’ultima (per malattia, gravidanza, puerperio, formazione, dimissioni, ecc.), l’azienda dovrebbe rassegnarsi a perdere la corrispondenza ivi pervenuta, con conseguenze certamente negative per l’attività svolta.

Secondo il magistrato, dovendosi assicurare continuità all’attività aziendale, così come non è configurabile un diritto del lavoratore ad accedere in via esclusiva al computer aziendale, allo stesso modo non è ipotizzabile un diritto all’utilizzo esclusivo di una casella di posta elettronica aziendale.

Pertanto, il lavoratore che utilizza per fini propri la casella di posta elettronica aziendale accetta implicitamente il rischio che anche altri lavoratori della medesima azienda possano visionare la sua posta elettronica.

Il concetto non appare irragionevole. L’utilizzo di un computer aziendale è assimilabile all’uso di qualsiasi altro mezzo, come il telefono cellulare o l’autovettura di servizio.

Così come tali beni non possono essere utilizzati dal dipendente per fini propri (ad es.: per chiamare la fidanzata o per accompagnare i figli a scuola), allo stesso modo la mailbox aziendale non dovrebbe essere utilizzata per la corrispondenza personale.

Diverso è il discorso qualora, attraverso l’utilizzo di log di sistema, il datore di lavoro ricostruisca UserId e Password di una mailbox privata del dipendente (nome.cognome@hotmail.com) ed acceda a quest’ultima. In tal caso sarebbe certamente censurabile il comportamento adottato dal datore di lavoro, in sede civile e penale, trattandosi di casella di posta elettronica non aziendale e quindi assolutamente assimilabile alla buca delle lettere in cui si trova la corrispondenza privata.

Nel caso di specie, l’indirizzo della dipendente risultava essere “nomedipendente@azienda.it”, come tale chiaramente individuabile nella sua natura di bene aziendale, per il quale, come giustamente osservato dal GIP di Milano, l’uso di UserId e Password per proteggere la mailbox non sono finalizzati a tutelarne al riservatezza, bensì ad impedire l’accesso a persone non autorizzate, in applicazione dei principi della 675/96 e del DPR 318/99, che impongono tali accorgimenti tecnici a tutela della riservatezza dei clienti e di ogni altro soggetto di cui l’azienda tratti i dati (non certo della corrispondenza dei dipendenti che usano, anzi abusano, della mailbox).

Che non sia necessario informare il dipendente del divieto di utilizzare la mailbox aziendale per la propria corrispondenza elettronica è abbastanza evidente, giacché si potrebbe semmai contestare al dipendente un uso illecito del bene aziendale e procedere nei suoi confronti in sede disciplinare, al pari dell’uso della connessione Internet per visitare siti porno o consultare le quotazioni dei propri titoli di borsa, o dell’uso dell’auto aziendale per portare i figli a scuola.

Ciò che stupisce, del clamore suscitato dalla suddetta ordinanza, anche tra gli operatori del diritto, è che improvvisamente, regole di normale e pacifica applicazione nel mondo materiale, divengono di difficile interpretazione se riferite alle nuove tecnologie (occorre peraltro stabilire quando una tecnologia possa dirsi “nuova”, visto che il primo messaggio di posta elettronica ha viaggiato in rete nel 1959).

L’uso (o, meglio, l’abuso) di risorse tecnologiche aziendali, al pari di altri mezzi più “obsoleti” come vetture e telefoni, è da sempre tollerato dal datore di lavoro, anche per quieto vivere, ma ciò non consente al lavoratore di accampare diritti su un comportamento comunque illecito. Gli stessi comportamenti, peraltro, nella pubblica amministrazione costituiscono una specifica condotta delittuosa (art. 314 c.p. – Peculato), qualificata come reato proprio, in quanto sussistente se attuata da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio.

L’e-mail, in sostanza, costituisce un semplice strumento aziendale messo a disposizione dell’utente-lavoratore al solo fine di consentirgli lo svolgimento delle proprie mansioni. Pertanto, come ogni altro strumento di lavoro fornito dal titolare, rimane nella completa e totale disponibilità del medesimo, senza alcuna limitazione, e solo ragioni di discrezione ed educazione imporrebbero al datore di lavoro o a suoi delegati di astenersi da ogni forma di controllo.

Impropri i riferimenti alla Legge 675/96, poiché è evidente che non può esservi trattamento di dati personali del dipendente se in precedenza non v’è stato un utilizzo illecito della mailbox aziendale da parte del dipendente, circostanza che esclude la tutela del relativo diritto da parte di quest’ultimo.

Più delicato, invece, il problema connesso all’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, che impedisce qualsiasi forma di controllo a distanza dell’operato del dipendente, poiché, a ben vedere, dal controllo dei messaggi della mailbox si potrebbe effettivamente procedere al controllo, seppure indiretto, dell’operato del dipendente sul luogo di lavoro. Ma, in tal caso, sarebbero ben diverse le finalità e le modalità di attuazione del controllo, per cui il riferimento non è comunque pertinente al caso in esame, in cui il controllo dei messaggi era avvenuto, in assenza della dipendente, al preciso scopo di assicurare continuità all’attività dell’azienda.

Fonte: Italia Oggi